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Iron Maiden - Killers

Un cd di  IRON MAIDEN  prodotto da PLG UK Frontline, 1998

Se la macchina è vincente già alla prima gara, stravolgerla non ha senso – e così gli Iron Maiden, freschi di un convincente debutto, cambiano il giusto per il loro secondo album, Killers. Adrian Smith sostituisce Dennis Stratton alla chitarra, andando ad affiancare l’amico Dave Murray in quello che sarà il duo più celebrato dell’heavy metal (assieme a Tipton e Downing dei Judas Priest). Il songwriting, ancora saldamente nelle mani del bassista Steve Harris, segna un deciso passo avanti rispetto all’esordio, grazie a brani più veloci e più incisivi. La title-track e Wrathchild sono due veri e propri inni della New Wave of British Heavy Metal, ma dimenticare uno qualsiasi dei brani che compongono Killers è una mancanza quasi criminale. Ancora una volta emerge il vero "plus" degli Iron Maiden: la capacità di variare enormemente i singoli brani e di raggiungere vette qualitative in ogni caso. Da una Another Life (un uptempo guidato dalla sezione ritmica, un po’ come Innocent Exile) si passa a una Murders in the Rue Morgue (che combina un incedere forsennato con ispirazioni da Poe), da una Purgatory, brano melodico in cui le chitarre la fanno da padrone, alla lenta e "folkeggiante" Prodigal Son, in cui i richiami settantiani si sprecano: non è solo la qualità dei brani a colpire, quanto la maturità artistica unita alla freschezza delle soluzioni. Sono in molti, d’altra parte, ad amare questa prima incarnazione dei leggendari Iron Maiden sopra ogni altra, quasi snobbando la veste più ragionata e adulta con cui la band otterrà un successo inimmaginabile pochi anni (e un cantante) dopo. E, se su questo punto di vista si potrebbe discutere a lungo, è innegabile come Killers sia un disco solido, che non tradisce mai e che, a distanza di trent’anni, è ancora in grado di coinvolgere. Il tema portante dell’album (l’assassinio, ovviamente) è ovviamente molto meno sconvolgente oggi, ma riesce comunque a pizzicare una corda quantomeno perversa dell’animo umano. Il fatto che a cantare non sia un virtuoso, ma un ragazzone un po’ sguaiato come Paul Di’Anno, non fa che aumentare l’impatto di alcune frasi-simbolo, che sin dalle intenzioni della band sono come pugnalate al perbenismo imperante nell’Inghilterra thatcheriana. Killers è, in sostanza, un must have per tutti gli amanti del rock e del metal, uno di quei dischi che hanno cambiato il modo di fare e di ascoltare musica.

Recensione Unilibro a cura di Ocean

Dettagli del prodotto

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Killers, un capolavoro tra innovazione e contestazione
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Se la macchina è vincente già alla prima gara, stravolgerla non ha senso – e così gli Iron Maiden, freschi di un convincente debutto, cambiano il giusto per il loro secondo album, Killers. Adrian Smith sostituisce Dennis Stratton alla chitarra, andando ad affiancare l’amico Dave Murray in quello che sarà il duo più celebrato dell’heavy metal (assieme a Tipton e Downing dei Judas Priest). Il songwriting, ancora saldamente nelle mani del bassista Steve Harris, segna un deciso passo avanti rispetto all’esordio, grazie a brani più veloci e più incisivi. La title-track e Wrathchild sono due veri e propri inni della New Wave of British Heavy Metal, ma dimenticare uno qualsiasi dei brani che compongono Killers è una mancanza quasi criminale. Ancora una volta emerge il vero "plus" degli Iron Maiden: la capacità di variare enormemente i singoli brani e di raggiungere vette qualitative in ogni caso. Da una Another Life (un uptempo guidato dalla sezione ritmica, un po’ come Innocent Exile) si passa a una Murders in the Rue Morgue (che combina un incedere forsennato con ispirazioni da Poe), da una Purgatory, brano melodico in cui le chitarre la fanno da padrone, alla lenta e "folkeggiante" Prodigal Son, in cui i richiami settantiani si sprecano: non è solo la qualità dei brani a colpire, quanto la maturità artistica unita alla freschezza delle soluzioni. Sono in molti, d’altra parte, ad amare questa prima incarnazione dei leggendari Iron Maiden sopra ogni altra, quasi snobbando la veste più ragionata e adulta con cui la band otterrà un successo inimmaginabile pochi anni (e un cantante) dopo. E, se su questo punto di vista si potrebbe discutere a lungo, è innegabile come Killers sia un disco solido, che non tradisce mai e che, a distanza di trent’anni, è ancora in grado di coinvolgere. Il tema portante dell’album (l’assassinio, ovviamente) è ovviamente molto meno sconvolgente oggi, ma riesce comunque a pizzicare una corda quantomeno perversa dell’animo umano. Il fatto che a cantare non sia un virtuoso, ma un ragazzone un po’ sguaiato come Paul Di’Anno, non fa che aumentare l’impatto di alcune frasi-simbolo, che sin dalle intenzioni della band sono come pugnalate al perbenismo imperante nell’Inghilterra thatcheriana. Killers è, in sostanza, un must have per tutti gli amanti del rock e del metal, uno di quei dischi che hanno cambiato il modo di fare e di ascoltare musica.