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Luci Della Centrale Elettrica (Le) - Per Ora Noi La Chiameremo Felicita'

Un cd di  LE LUCI DELLA CENTRALE  prodotto da Venus, 2010

  • € 13,99

Note d’autore tra schizzi di noise, ricordi di De Andrè, del Guccini rivoluzionario e di Rino Gaetano che urla polemico di un’Italia che non regge più. E’ difficile parlare, o anche solo scrivere, di Vasco Brondi, un neo Pazienza idolatrato da molti, che si ama o si odia, ma che comunque merita un ascolto. Se i Baustelle potevano liquidarsi come nuovi intellettuali di una sinistra senza casa, il Teatro degli Orrori va sempre bene per sfattoni e Marta sui Tubi fa punk ma vende pop, il nostro caro Vasco (non il Rossi), nonostante abbia pubblicato un album che fa da eco al precedente Canzoni da spiaggia deturpata, riesce a sfuggire al clichet dell’album bis, non deturpa altre spiagge ma cerca una voce nuova. La struttura compositiva è invariata sin dai singoli d’esordio: voce ispirata, chitarra acustica ed inserti noise che non fanno mai male. Fortunatamente questo nuovo lavoro presenta una produzione più matura e pulita, un imprevisto del genere indie. Quello che cambia davvero in queste nuove dieci canzoni è l’oggetto nei testi. Fortunatamente Brondi esula dal tormento di "incendiere farfalle meccaniche, le rose lisergiche, delle siringhe disinfettate coi nostri occhi di criptonite e dalle banalità di sere a sbranarsi, di sere a strafarsi". Ciò che resta, assieme alla sua voce, è la potenza della sua poetica, ora ancor più marcata e curata, fatta di "eyeliner per andare in guerra", di citazioni da telegiornale, per non dimenticare la "fragilità di repubbliche democratiche fondate sui telespettatori". E non mancano "echi di lotte da strada in cui sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci ci disegneremo addosso dei giubbotti antiproiettile". A volte si perde in momenti romantici (o post romantici) e in "macchina sull’argine stavamo volentieri scomodi, ad appannare i vetri, a disegnare dei profili gli elettrocardiogrammi piatti di tutti invece dai tuoi occhi partivano dei missili". In questo nuovo album, inoltre, cerca nuove convinzioni, si rivolge anche ad ascoltatori che non gradivano la filosofia del tossico che fa di una dipendenza una religione e, per tagliare i ponti col passato, liquida una generazione di vecchi ascoltatori con un semplice ricordo dei "discorsi dei tossici storici". Ascoltare questo album non è semplice, soprattutto se si vuole superare la visione di “nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno” (I Cani, Velleità). Ma forse il famoso Brondi ha tentato davvero di cambiare qualcosa, di ampliare il profilo dei suoi fan e, se fosse così, un ascolto lo merita di certo. Ed ancora, nonostante le stroncature costanti ricevute da questo album (che invece ha guardato le classifiche italiane dall’alto), per chi non cerca un trainspotting musicale ma un cantautore contemporaneo il suo "Per ora noi la chiameremo felicità" è un disco dalle mille sfaccettature, da ascoltare e destrutturare, da analizzare clinicamente per trovarci dentro molti spunti interessanti.

Recensione Unilibro a cura di Purplerain

Dettagli del prodotto

  • Titolo: Luci Della Centrale Elettrica (Le) - Per Ora Noi La Chiameremo Felicita'
  • Interprete:  LE LUCI DELLA CENTRALE
  • Produttore: Venus
  • Data di Pubblicazione: 09 Novembre '10
  • Genere: Varia
  • EAN-13: 8012622820722
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Le Recensioni degli Utenti Unilibro
"Luci Della Centrale Elettrica (Le) - Per Ora Noi La Chiameremo Felicita'"
Purplerain, 2011-10-26
4

Note d’autore tra schizzi di noise, ricordi di De Andrè, del Guccini rivoluzionario e di Rino Gaetano che urla polemico di un’Italia che non regge più. E’ difficile parlare, o anche solo scrivere, di Vasco Brondi, un neo Pazienza idolatrato da molti, che si ama o si odia, ma che comunque merita un ascolto. Se i Baustelle potevano liquidarsi come nuovi intellettuali di una sinistra senza casa, il Teatro degli Orrori va sempre bene per sfattoni e Marta sui Tubi fa punk ma vende pop, il nostro caro Vasco (non il Rossi), nonostante abbia pubblicato un album che fa da eco al precedente Canzoni da spiaggia deturpata, riesce a sfuggire al clichet dell’album bis, non deturpa altre spiagge ma cerca una voce nuova. La struttura compositiva è invariata sin dai singoli d’esordio: voce ispirata, chitarra acustica ed inserti noise che non fanno mai male. Fortunatamente questo nuovo lavoro presenta una produzione più matura e pulita, un imprevisto del genere indie. Quello che cambia davvero in queste nuove dieci canzoni è l’oggetto nei testi. Fortunatamente Brondi esula dal tormento di "incendiere farfalle meccaniche, le rose lisergiche, delle siringhe disinfettate coi nostri occhi di criptonite e dalle banalità di sere a sbranarsi, di sere a strafarsi". Ciò che resta, assieme alla sua voce, è la potenza della sua poetica, ora ancor più marcata e curata, fatta di "eyeliner per andare in guerra", di citazioni da telegiornale, per non dimenticare la "fragilità di repubbliche democratiche fondate sui telespettatori". E non mancano "echi di lotte da strada in cui sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci ci disegneremo addosso dei giubbotti antiproiettile". A volte si perde in momenti romantici (o post romantici) e in "macchina sull’argine stavamo volentieri scomodi, ad appannare i vetri, a disegnare dei profili gli elettrocardiogrammi piatti di tutti invece dai tuoi occhi partivano dei missili". In questo nuovo album, inoltre, cerca nuove convinzioni, si rivolge anche ad ascoltatori che non gradivano la filosofia del tossico che fa di una dipendenza una religione e, per tagliare i ponti col passato, liquida una generazione di vecchi ascoltatori con un semplice ricordo dei "discorsi dei tossici storici". Ascoltare questo album non è semplice, soprattutto se si vuole superare la visione di “nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno” (I Cani, Velleità). Ma forse il famoso Brondi ha tentato davvero di cambiare qualcosa, di ampliare il profilo dei suoi fan e, se fosse così, un ascolto lo merita di certo. Ed ancora, nonostante le stroncature costanti ricevute da questo album (che invece ha guardato le classifiche italiane dall’alto), per chi non cerca un trainspotting musicale ma un cantautore contemporaneo il suo "Per ora noi la chiameremo felicità" è un disco dalle mille sfaccettature, da ascoltare e destrutturare, da analizzare clinicamente per trovarci dentro molti spunti interessanti.